I contribuenti che si sono visti addebitare nella bolletta dell’energia elettrica il canone RAI, senza che sussistessero i presupposti per il pagamento, possono chiedere il rimborso di quanto indebitamento versato. Le istruzioni per il rimborso sono contenute nel provvedimento dell’Agenzia delle Entrate (n. 125604 del 2/8/2016) che ha approvato il modello di istanza con le relative istruzioni e definito le modalità di presentazione.

Secondo le istruzioni dell’Agenzia delle Entrate, l’istanza potrà essere inviata telematicamente mediante un’applicazione web sul sito dell’Agenzia tramite gli intermediari abilitati di cui all’art. 3 comma 3 del DPR 322/98 appositamente delegati dal contribuente.

 Il rimborso può essere chiesto solo da parte di chi ha erroneamente ricevuto l’addebito in bolletta e si trova in una di queste condizioni:

• lui stesso o un altro componente della sua famiglia anagrafica è in possesso dei requisiti di esenzione (contribuenti over 75 con reddito complessivo familiare non superiore a 6.713,98 euro o esenti per effetto di convenzioni internazionali);ha pagato il canone tramite addebito sulle fatture di energia elettrica e lui stesso o un altro componente della famiglia anagrafica ha versato di nuovo il canone con modalità diverse;
• ha pagato il canone nella sua fattura elettrica e lo stesso canone risulta addebitato sulle fatture relative a un’utenza elettrica intestata ad altro componente della famiglia anagrafica. In questo caso, la domanda vale anche come dichiarazione sostitutiva per evitare in futuro l’addebito sulla propria utenza elettrica;
• ha presentato la dichiarazione sostitutiva di non detenzione di apparecchi televisivi da parte propria e dei componenti della sua famiglia anagrafica. Il diritto al rimborso scatta, infatti, anche se era stata presentata entro il 16 maggio scorso la «dichiarazione sostitutiva» e l’agenzia delle Entrate, per qualche ragione, non ne ha tenuto conto;
• è in altre situazioni (e indicherà sinteticamente il motivo della richiesta).

In alternativa all'invio telematico dell’istanza (da oggi sul sito www.agenziaentrate.gov.it) è possibile l’invio per posta del modello compilato (reperibile sempre sul sito delle Entrate), allegando fotocopia di un documento d’identità, all'indirizzo: Agenzia delle entrate, Ufficio di Torino 1, S.A.T. – Sportello abbonamenti TV – Casella Postale 22 – 10121 Torino.
I rimborsi sono effettuati dalle imprese elettriche con accredito sulla prima fattura utile o con altre modalità, entro 45 giorni dalla ricezione delle informazioni da parte delle Entrate.

In ogni caso l’istanza di rimborso può essere presentata anche da un erede in relazione al canone tv addebitato sulla bolletta intestata al contribuente deceduto.

Sussistendone i presupposti, le imprese elettriche procederanno con i rimborsi spettanti mediante accredito sulla prima fattura utile, o con altre modalità, sempre che assicurino all'utente l’effettiva corresponsione della somma entro 45 giorni dalla ricezione delle informazioni utili per procedere col rimborso, trasmesse dall'Agenzia delle Entrate. Se il rimborso da parte dell’impresa elettrica non dovesse andare a buon fine, vi provvederà la stessa Agenzia per il tramite dello Sportello abbonamenti TV.

Si segnala la posizione assunta dall'Agenzia delle Entrate in una risposta ad un quesito pubblicato sulla pagina ufficiale di Facebook in cui si afferma che, qualora il contribuente ritenga illegittimo l’addebito del canone in fattura, può, invece che pagare e poi richiedere il rimborso, effettuare il pagamento della sola quota energia. In tal caso, il pagamento parziale della fattura va effettuato secondo le modalità definite dalla propria impresa elettrica per i pagamenti parziali, indicando nella causale di versamento cosa s’intende pagare. In mancanza di tale indicazione, la somma versata è comunque attribuita prioritariamente alla fornitura elettrica.

Con una sentenza del 15 giugno 2016, la n. 224, il Tribunale di Busto Arsizio ha affermato che una utilizzazione del lavoratore prolungata e costante oltre l’orario di lavoro pattuito, determina una trasformazione del contratto da tempo parziale a tempo pieno, senza che ci possa essere “stoppato” dall'assenza di qualsivoglia forma di consenso scritto.

Il tutto nasce da una precisa richiesta del lavatore che, in giudizio, ha ampiamente dimostrato che il proprio
datore di lavoro, per un triennio, ha chiesto ed ottenuto, in maniera pressoché continua, lo svolgimento di un numero di ore supplementari tali da far risultare, sostanzialmente, l’orario svolto in misura doppia rispetto a quello pattuito con la sottoscrizione del contratto di part-time. 

Il ragionamento seguito dal giudice di merito e’ il seguente: il rapporto si è trasformato a tempo pieno in base al principio generale dei c.d. “facta concludentia”, in quanto ciò che conta è il comportamento tenuto dalle parti. Il datore di lavoro ha chiesto prestazioni di lavoro eccedenti l’orario concordato, in maniera continua e non episodica ed il lavoratore ha sempre offerto la propria disponibilità a prestare un’attività con una dislocazione oraria, sostanzialmente, riferibile ad un tempo pieno. 

Al di là della decisione del giudice di Busto Arsizio, la questione affrontata richiama l’attenzione su comportamenti presenti soprattutto nei pubblici esercizi ed in aziende commerciali, spesso di piccole dimensioni, nelle quali, a fronte di contratti a tempo parziale con un numero di ore pari alla previsione del CCNL (e, talora, anche meno, atteso che la previsione legale, contenuta all'interno del decreto legislativo n. 81/2015, non prevede un numero minimo di ore settimanali), si chiedono ai lavoratori prestazioni ulteriori, magari “pagate in nero” senza alcuna maggiorazione: in questo modo, si ritiene di affrontare le questioni legate al costo del lavoro, tenendo in forza un lavoratore “regolare” (in quanto comunicato tempestivamente on-line ai servizi per l’impiego), ma facendolo lavorare, senza contribuzione, per un numero di ore superiore.

 

 

Tutelare il presente dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata con la riduzione dei contributi, e il futuro con regole piu’ favorevoli per il ricongiungimento dei versamenti dei contributi a diverse gestioni: ecco l’obiettivo del Jobs Act lavoratori autonomi, che viene espresso con queste parole: il Governo vuole «costruire anche per i lavoratori autonomi un sistema di diritti e di welfare moderno capace di sostenere il loro presente e di tutelare il loro futuro»;

Il Governo prende atto di alcune criticità del sistema previdenziale dei lavoratori autonomi iscritti alla gestione separata che a fronte di contributi elevatissimi hanno una aspettativa di pensione con importi irrisori.

Questa categoria di lavoratori, inoltre, è spesso titolare di lavori discontinui e saltuari con versamenti di contributi a gestioni previdenziali diverse e quindi con il problema di ricongiungere tutti questi periodi in un unico ente spesso a titolo oneroso.

Il  governo con i decreti in esame, in corso di approvazione, vuole intervenire su tutte queste problematiche con diverse soluzioni normative:

  • possibilità di ricongiungere tutti i versamenti fatti a diverse gestioni senza ulteriori oneri a carico del lavoratore, e con la liquidazione di un unico trattamento pensionistico.
  • riduzione dei contributi, attualmente elevatissimi (nel 2018 dovrebbero raggiungere il 33,72%)  al 24% per equipararli a quelli degli artigiani e commercianti
  • possibilità anche per questi lavoratori di effettuare versamenti volontari maggiorati, entro i limiti previsti da massimali.

  

Il Governo prende atto, inoltre, di una realtà sotto gli occhi di tutti di cui sono vittime i giovani, che a causa della contrazione della domanda e dell’accresciuta concorrenza si trovano spesso a lavorare come freelance,  cioè senza regole né garanzie.

Si vuole pertanto stabilire dei parametri di “equo compenso”  che verranno determinati in accordo con le rappresentanze delle varie categorie professionali, che poi forse verranno estesi anche a chi non ha rappresentanti?  E’ tutto da vedere.

  

Attualmente gli iscritti alla gestione separata hanno diritto all'indennità di malattia per i casi di degenzaospedaliera: in particolare, per ogni giornata di degenza presso strutture ospedaliere pubbliche e private accreditate dal Servizio sanitario nazionale ovvero per ogni giornata di degenza, autorizzata o riconosciuta dal servizio stesso, presso strutture ospedaliere estere.

Il disegno di legge 2233  equipara, per gli iscritti alla gestione separata i periodi di malattia, certificata come conseguente a terapie di malattie oncologiche, alla degenza ospedaliera.

Un emendamento chiede di considerare l’erogazione di una indennità nel caso di numerose altre malattie gravi, come affezioni del sistema circolatorio, dipendenza da sostanze stupefacenti, psicotrope e da alcool, epatite cronica, fibrosi cistica, insufficienza renale cronica, malattia di Alzheimer, sclerosi multipla, o per i soggetti in attesa di trapianto o nati con condizioni di gravi deficit fisici, sensoriali e neuropsichici.

In termini piu’ tecnici si vogliono equiparare alla degenza ospedaliera,  tutte le forme di malattia grave, facendo specifico riferimento, per l'individuazione delle stesse, all'allegato 1 del decreto ministeriale 28 maggio 1999, n. 329.

 

Si auspica che il legislatore riesca a raggiungere gli obiettivi che si è prefissato. Attualmente la situazione per gli iscritti presso la Gestione Separata INPS è la seguente:

I più penalizzati dalle aliquote INPS 2016 sono i lavoratori parasubordinati senza partita IVA, per i quali l’aliquota sale al 31,72% (31% + aliquota aggiuntiva 0,72%), un punto percentuale in più rispetto al 30,72% versato nel 2015. La normativa di riferimento è l’articolo 2, comma 57, della legge 92/2012, che prevede incrementi analoghi anche per i prossimi anni: l’aliquota per questa categoria di lavoratori salirà al 32,72% nel 2017 e al 33,72% nel 2018.

Se il lavoratore è iscritto anche a un’altra forma previdenziale oppure è un pensionato, l’aliquota sale in misura inferiore, portandosi al 24% (dal 23,5% del 2015). Attenzione: l’aliquota del 24% si applica a tutti i lavoratori autonomi iscritti ad alla gestione o pensionati, indipendentemente dal fatto che abbiano o meno la Partita IVA. Il riferimento normativo in questo caso è l’articolo 1, comma 491, della legge 147/2013, (Legge di Stabilità`2014), che ha modificato le precedenti normative portando l’aliquota al 24%.

Gli autonomi a Partita IVA, invece, continueranno nel 2016 a versare il 27,72% già previsto negli anni scorsi, in base a quanto previsto dall’articolo 1, comma 203, della Legge di Stabilità 2016 (208/2015). L’anno prossimo, però, scatterà un aumento di due punti, portando quindi il prelievo contributivo al 29,72%, e nel 2018 scatta l’equiparazione con i collaboratori senza partita IVA, con aliquota al 33,72%.

 

Al fine di favorire una uscita graduale dalla propria attività lavorativa il governo ha emanato un decreto sul part-time agevolato per i lavoratori prossimi alla pensione.

Con questo decreto si da la possibilità al lavoratore di concordare col datore di lavoro il passaggio al part-time, con una riduzione dell'orario tra il 40 ed il 60%, e di ricevere mensilmente l'importo corrispondente ai contributi previdenziali e alla contribuzione figurativa. 

Nella sostanza al lavoratore, in aggiunta alla retribuzione per il part-time, sarà erogata una somma esentasse corrispondente ai contributi previdenziali a carico del datore di lavoro sulla retribuzione per l'orario non lavorato. Inoltre, per il periodo di riduzione della prestazione lavorativa, lo Stato riconoscerà al lavoratore la contribuzione figurativa corrispondente alla prestazione non effettuata, in modo che alla maturazione dell'età pensionabile il lavoratore percepirà l'intero importo della pensione, senza alcuna penalizzazione.

 Per poter usufruire di questa possibilità il lavoratore dovrà rispettare i seguenti requisiti:

  • avere in corso un rapporto di lavoro a tempo pieno e indeterminato.
  • aver maturato il requisito contributivo minimo per la pensione di vecchiaia (20 anni di contributi).
  • aver maturato entro il 31 dicembre 2018 il requisito anagrafico per il conseguimento del diritto al trattamento pensionistico di vecchiaia.